FDBM – Il grano

Con l’avvicinarsi dell’estate la calda luce del giorno allungava la sera, mentre un vento tiepido e piacevole danzava fra i rami ricchi di frutti. Spighe cariche di grano maturo ricoprivano le colline di un manto dorato, mentre dalle case si alzava lo sferragliare acuto delle pietre che affilavano le lame.
All’alba un uomo uscì di casa diretto al suo piccolo campo, sulla schiena la falce e la gerla, al fianco una borsa con pane e formaggio e sul viso un allegro sorriso.
Mentre percorreva pigramente la strada, che si snodava a lungo nei boschi prima di aprirsi sulla larga pianura, uno spiritello spuntò da un rovo. Pareva una buffa e piccola scimmia, con due larghi occhi gialli e sulla testa piccole corna caprine.
“Viandante gentile che odori di formaggio e di pane, ho fame, offrimi da mangiare.”
“Non posso, amico mio” rispose l’uomo. “Questo pasto è per me che oggi dovrò lavorare a lungo per mietere il grano.”
“Ma è troppo presto!” ghignò la strana creatura. “Il sole è appena sorto, torna a dormire, si lavora meglio dopo un buon sonno!”
Lusingato da quell’idea, l’uomo donò il suo pane allo spiritello e si avviò verso casa. Ne uscì a mezzogiorno ormai passato, dopo una buona dormita e un pranzo abbondante, con al fianco una fiasca di vino.
Lungo la strada nuovamente lo spiritello lo fermò: “Viandante gentile che odori di uva e di ebbrezza, io ho una gran sete e questa non è l’ora giusta per mietere il grano: il sole è alto, lavorare sarebbe fatica e sudore. Questa è l’ora per un dolce riposo!”
Nuovamente tentato, l’uomo donò il suo vino allo spiritello e si avviò verso casa. Ne uscì a pomeriggio inoltrato, dopo un lungo ozio in compagnia d’un boccale, con al fianco una piccola lanterna per rischiarare la strada al ritorno.
Immancabilmente, lo spiritello lo fermò: “Viandante gentile che hai con te lo strumento per rischiarare le ombre, è tardi ormai per dedicarsi al lavoro: avrai finito a tarda sera, e il buio rende pericoloso il rincasare attraverso questo fitto bosco!”
Dando ragione anche stavolta alla strana creatura, l’uomo le donò la sua lanterna come segno di gratitudine e si avviò verso casa. Ne uscì all’indomani all’alba, dopo un sereno e protetto riposo, ma sulle spalle la gerla ancora vuota e nel viso la promessa di ignorare le lusinghe dello spiritello tentatore e di terminare, finalmente, il suo compito.
Stavolta però nessuno lo fermò lungo la strada che si snodava attraverso il bosco.
Arrivato al suo piccolo campo, l’uomo sgranò gli occhi e lasciò cadere a terra la falce e la gerla. Al posto di alte spighe cariche di grano maturo, ad aspettarlo vi era solo terreno spoglio e calpestato. Il suo raccolto era sparito, rubato nella notte dagli spiritelli astuti e dispettosi che abitavano il bosco.
E con esso, la speranza di sopravvivere all’inverno…

RX+Giò 2017

4_il grano

FDBM – La statua

Sottili lame di luce filtravano nelle crepe delle finestre chiuse, regalando scorci surreali delle figure immobili nell’oscurità. Uno strato di polvere grigia ricopriva il pavimento e i muri, mentre un’umidità densa e maleodorante impregnava l’aria immobile. Solo i passi del ragazzo spezzavano l’eco del silenzio, mentre attraversava il laboratorio facendosi strada fra le ombre.
Decine di occhi di pietra lo fissavano.
Il ragazzo sfiorò con la mano quello che pareva essere un grande becco ricurvo, e terminava nel ghigno deforme di un’alta sagoma leonina che si contorceva minacciosa spiegando larghe ali da pipistrello. Sulle dita, il freddo immobile del marmo e lo sgradevole unto della polvere.
Lo zio era stato un grande scultore, anni addietro, il migliore secondo alcuni. I tetti delle più famose cattedrali erano adornati delle sue splendide gorgoni, guardiani austeri e minacciosi che si stagliavano nei chiari di luna regalando incubi ai passanti più fantasiosi.
Anche a lui avevano rubato il sonno, quando era ancora un bambino, e di nascosto ai genitori era andato a trovare lo zio al laboratorio, curioso di osservarlo al lavoro. Le figure che prendevano lentamente forma dalla pietra lo avevano affascinato e spaventato, si erano aggrappate con forza alla sua immaginazione ed avrebbero impiegato anni per abbandonarla.
Nella penombra polverosa, quei folli ibridi piegati in pose contorte sembravano ondeggiare al ritmo del respiro.
“Zio… questi mostri, esistono realmente?” aveva chiesto, rapito.
“Certo, ragazzo” aveva risposto l’uomo, curvo sulla pietra, con un sorriso indecifrabile. “Si mettono in posa per me, perché li possa scolpire.”
Il ragazzo scosse la testa, destandosi dai ricordi. Lo zio era morto, adesso, e lui non era più quel bambino curioso e spaventato. Lui, ora, era l’unico erede di quello scultore geniale ed eccentrico che non aveva voluto né moglie né figli, cercando come unica compagnia la famiglia di mostri deformi che strappava alla pietra. E quello non era più un antro spaventoso, ma solo un laboratorio usurato e pittoresco in cerca d’un acquirente interessato, una formalità da sbrigare, un gruzzolo da mettere in tasca prima di lasciare la città caotica e sgradevole e fare ritorno alla sua tranquilla casa di periferia.
Lontano da quegli occhi di pietra che lo fissavano immobili.
Continuò l’esplorazione della stanza e delle statue che vi erano rimaste, forse perché ancora non avevano incontrato i gusti d’un compratore, o perché incomplete, ma tutte innegabilmente belle. Per l’ultima volta si lasciò affascinare dalle forme scolpite, dagli ibridi blasfemi e deformi, dalle pose plastiche e contorte.
Quasi nascosta nell’angolo più buio, una figura in particolare attirò la sua attenzione. Si avvicinò per ammirarne la splendida fattura.
La posa era così aggressiva che sembrava sul punto di scattare. Il possente corpo da scimmia era così riccamente intarsiato che i peli sembravano ondeggiare morbidi, mentre le corna caprine e le lunghe unghie ricurve parevano avere consistenza d’osso. Le sfere opache degli occhi sembravano brillare di un riflesso ambrato.
Nella larga bocca informe sporgevano denti aguzzi e incrostati.
Dalla profondità della gola sfuggiva un caldo alito sudicio.

RX+Giò 2017

3_la statua

FDBM – Il morbo

C’era una città che sorgeva sull’acqua e, prima ancora, sulla ricchezza. Mercanti vestiti di seta passeggiavano discutendo d’affari sulle strette strade e nelle larghe piazze, la pancia rotonda e la borsa gonfia di tintinnanti monete. Gondole cariche di mercanzia ondeggiavano pigre lungo i canali che si ramificavano fra le abitazioni sospese su robuste palafitte di legno. Il porto brulicava di lavoratori indaffarati e di mercanzia, mentre alte navi si raccoglievano da ogni angolo del mare per depositare i loro ricchi doni.
E, talvolta, qualche regalo sgradito.
Un morbo nero avvolse la città, serpeggiando fra le case come un’ombra densa, aggrappandosi agli abitanti e consumandoli fra spasmi di dolore. Una piaga oscura che veniva da lontano, estirpando la vita che riusciva a toccare, e a cui non esisteva una cura.
I corpi venivano gettati in strada o nell’acqua, e li si ammassavano. L’unico movimento nelle piazze era lo zampettare di grossi ratti infetti. I canali ora deserti erano attraversati da malsana acqua nera. Il silenzio si addensava fra le vie, spezzato solo dal pianto dei condannati. La città si era arresa alla paura.
Fu allora che comparvero.
Si muovevano ondeggiando lente e senza alcun suono. Figure esili, avvolte in neri mantelli logori, sulla testa larghi cappelli circolari. Avevano il viso pallido e deforme, simile a una maschera, da cui spuntava un naso lungo e appuntito che si incurvava fin sotto il mento come il becco d’un avvoltoio. Gli occhi erano piccoli e rotondi, del colore delle ombre.
Le figure raccolsero i corpi immobili, uno alla volta, con delicatezza. Reggendoli con le loro braccia lunghe e ossute li portarono via dalle strade e dai canali, lontano, nessuno sapeva dove, forse non importava nemmeno.
Poi, silenziosi come erano arrivati scomparvero, e con loro le ultime tracce del morbo.
La città era sopravvissuta.

Tutti gli anni, all’arrivo della primavera, la città festeggia. Gli abitanti affollano le strade e le piazze, vestiti con abiti variopinti e alti cappelli, sul viso maschere di legno piacevolmente scolpite. Molti visitatori arrivano da lontano per ammirare quei costumi così caratteristici. I canali si gonfiano di schiamazzi e risate. E’ una giornata di scherzi e di grande allegria, per ricordare, per ringraziare… e per non dimenticare.
Si racconta che a volte, timidamente nascosta nella folla, si possa intravedere una maschera pallida fin troppo ben fatta, il lungo naso aquilino a coprire la bocca e il mento, due piccoli e profondi occhi neri.

RX+Giò 2017

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