FDBM – Il morbo

C’era una città che sorgeva sull’acqua e, prima ancora, sulla ricchezza. Mercanti vestiti di seta passeggiavano discutendo d’affari sulle strette strade e nelle larghe piazze, la pancia rotonda e la borsa gonfia di tintinnanti monete. Gondole cariche di mercanzia ondeggiavano pigre lungo i canali che si ramificavano fra le abitazioni sospese su robuste palafitte di legno. Il porto brulicava di lavoratori indaffarati e di mercanzia, mentre alte navi si raccoglievano da ogni angolo del mare per depositare i loro ricchi doni.
E, talvolta, qualche regalo sgradito.
Un morbo nero avvolse la città, serpeggiando fra le case come un’ombra densa, aggrappandosi agli abitanti e consumandoli fra spasmi di dolore. Una piaga oscura che veniva da lontano, estirpando la vita che riusciva a toccare, e a cui non esisteva una cura.
I corpi venivano gettati in strada o nell’acqua, e li si ammassavano. L’unico movimento nelle piazze era lo zampettare di grossi ratti infetti. I canali ora deserti erano attraversati da malsana acqua nera. Il silenzio si addensava fra le vie, spezzato solo dal pianto dei condannati. La città si era arresa alla paura.
Fu allora che comparvero.
Si muovevano ondeggiando lente e senza alcun suono. Figure esili, avvolte in neri mantelli logori, sulla testa larghi cappelli circolari. Avevano il viso pallido e deforme, simile a una maschera, da cui spuntava un naso lungo e appuntito che si incurvava fin sotto il mento come il becco d’un avvoltoio. Gli occhi erano piccoli e rotondi, del colore delle ombre.
Le figure raccolsero i corpi immobili, uno alla volta, con delicatezza. Reggendoli con le loro braccia lunghe e ossute li portarono via dalle strade e dai canali, lontano, nessuno sapeva dove, forse non importava nemmeno.
Poi, silenziosi come erano arrivati scomparvero, e con loro le ultime tracce del morbo.
La città era sopravvissuta.

Tutti gli anni, all’arrivo della primavera, la città festeggia. Gli abitanti affollano le strade e le piazze, vestiti con abiti variopinti e alti cappelli, sul viso maschere di legno piacevolmente scolpite. Molti visitatori arrivano da lontano per ammirare quei costumi così caratteristici. I canali si gonfiano di schiamazzi e risate. E’ una giornata di scherzi e di grande allegria, per ricordare, per ringraziare… e per non dimenticare.
Si racconta che a volte, timidamente nascosta nella folla, si possa intravedere una maschera pallida fin troppo ben fatta, il lungo naso aquilino a coprire la bocca e il mento, due piccoli e profondi occhi neri.

RX+Giò 2017

2_il morbo

FDBM – Il ponte

Il fiume solcava fiero la pianura, irruento come uno stallone selvaggio, così che per attraversarlo era stato costruito uno stretto ponte di legno, basso e non molto solido in verità, ma sufficiente per collegare le due sponde e la città poco distante ai villaggi sull’altra riva.
Una sera di primavera, l’aria gonfia del profumo dei fiori, una fanciulla attraversava il ponte rincorrendo i capricci delle lucciole e l’incresparsi della luna piena sull’ondeggiare irrequieto della corrente. La madre l’aveva più volte ammonita di non uscire di sola la sera, di tenersi alla larga da quell’improvvisato ponte di legno e dai capricci del fiume, ma il richiamo dell’avventura e la promessa dell’estate erano troppo forti per il suo giovane cuore innamorato.
D’un tratto la fanciulla sussultò, accorgendosi dei due grandi occhi dorati che la studiavano dalla profondità del fiume.
In un istintivo gesto d’aiuto si avvicinò al bordo del ponte e allungò la mano verso il rincorrersi delle onde. Una sagoma scura prese corpo nell’acqua, plasmandosi nella forma di una mano protesa per afferrare quella di lei.
La fanciulla si sporse ancor più, fin oltre l’estremità, trattenendo il respiro, le gambe che si sollevavano. Le sue dita sfiorarono quelle dell’ombra.
Lo schioccare sordo di un’asse che cede, la sensazione di danzare nell’aria, un tonfo liquido, e la corrente avvolse la fanciulla nel suo abbraccio.
Ebbe solo un istante, il tempo di accorgersi di quanto quei grandi occhi dorati le assomigliavano, un riflesso di lei che si animava nel danzare morbido dell’acqua.
Poi l’ombra l’afferrò e la portò con se, nessuno seppe mai dove.

Il ponte di legno non fu mai riparato; al suo posto ne venne eretto uno di pietra, solido, imponente, largo abbastanza da far passare due carri affiancati, un bordo alto a circondarne i lati. Un gigante con un largo piede di roccia che affondavano nell’acqua quasi a volerla domare.
Molta più gente attraversava ogni giorno il nuovo ponte, perlopiù mercanti, contadini, ma anche visitatori o semplici sfaccendati. Ma le fanciulle innamorate che vi passeggiavano avevano ormai imparato a tenere lo sguardo lontano dall’acqua, a non lasciarsi sedurre dal mistero di due grandi occhi dorati.

RX+Giò 2017

il ponte